Come tutte le storie, dovrebbe iniziare con il più classico dei “C’era una volta…”
Non è così però ed inizierò invece con il dirvi chi non c’era…
Non c’era una principessa, né un principe. Nemmeno re, cavalieri, servi coraggiosi o pavidi gentiluomini. Nessun mostro o creatura incantata, nessuna fata o città stregata. Nemmeno elfi o troll, draghi e unicorni. Di cantastorie o menestrelli nemmeno l’ombra.
No, niente di tutto questo.
C’era solo il mare.
Ecco, sì, il mare.
Ma non un mare qualunque, bensì l’oceano. Quello vero, quello che pare sconfinato, senza fine, che sembra alle volte il risvolto del cielo e alle volte il limite del mondo, che se ci arrivi poi cadi di sotto.
C’era soli il mare.
E le sue onde, e le maree, e la schiuma, e il rumore sugli scogli.
E i delfini e i beluga.
Che non c’entrano con la nostra storia, ma perché non citarli? Sono animali sensibili e potrebbero offendersi.
C’era solo il mare, dicevamo.
Il mare, che sembra fatto d’argento e stagnola sotto la luna piena.
Il mare, che pare un lago di lacrime se c’è la luna turca.
Il mare, che lo scambi per pece se la luna non c’è proprio.
C’era solo il mare.
Che, diciamolo, in fondo se ne frega. Lui sale e scende, immutabile, ma non immobile.
Tu lo guardi, e lui continua a fare il mare. Nemmeno ti saluta, fa un cenno o da segno di vederti.
Nemmeno se vai a trovarlo tutte le estati e stai con lui per intere settimane. Tu aspetti tutto l’anno di ritrovarlo e quando arrivi, niente, lui nemmeno fa segno di riconoscerti.
Il mare se ne frega. Lui fa il mare e basta, il resto non lo interessa.
C’era solo il mare.
Però il mare non era solo.
Davanti a lui c’era un bambino.
Piccolo, abbronzato, i capelli scuri e gli occhi assurdamente chiari, per chissà quale scherzo di lotteria genetica.
I piedi nudi e cicciotti affondati nella sabbia, come se nemmeno un uragano potesse sradicarlo.
Che poi, diciamolo, agli uragani dei bambini poco importa. Preferiscono spostare le case e le macchine. Quelle sì, dan soddisfazione a farle atterrare dall’altra parte del mondo. Qualcuno parlerebbe di un bambino fatto volare da un uragano? No, nessuno ci farebbe attenzione. Una casa però… Questo è un altro affare. Quella si fa notizia. E l’uragano è contento, lascia la sua traccia nel mondo e nella storia, soprattutto di chi in quella casa ci abita. In fondo, per quanto potente, l’uragano è un tipo semplice. Vuole solo essere ricordato.
C’era solo il mare e davanti a lui, un bambino.
Tutti i giorni arriva sul bagnasciuga e si mette a fissare il mare.
E resta lì, per ore.
Quando il sole batte più forte, si mette un cappello. Quando soffia il vento, si mette una giacca.
A fissare il mare.
E lui, se ne frega.
Il bambino viene da una famiglia ricca e famosa. Almeno nel suo paese.
Famosa, intendo, perché ricca lo sarebbe ovunque.
Il bambino potrebbe fare tutto quello che vuole, giocare tutto il giorno con i più bei e costosi ninnoli del suo tempo.
Invece se ne sta lì, osserva il mare con i suoi occhi chiari. E il viso serio, di uno che sta pensando qualcosa di grande, ma così grande che tutto il resto non lo interessa più. Uno mangia e beve, fa le solite cose, ma la testa, quella beh… Quella sta dietro a quel pensiero. E il resto ti passa davanti, come quelle noiose diapositive di viaggi che certe volte amici e conoscenti ti costringono a guardare.
C’era solo il mare e davanti a lui, un bambino.
Che lo guarda.
Almeno sembra. Perché se fate attenzione, quello che il bambino sta guardando, non è il mare.
No.
Il bambino guarda oltre, lì dove il mare finisce ed inizia il cielo… O forse finisce il mondo, chi lo sa.
E pensa.
Pensa che forse, laggiù, se il mondo non finisce, c’è un bambino come lui.
Magari non ricco, con gli occhi scuri perfino.
Che come lui però, si sente solo. E l’unica cosa che fa è guardare il mare, che se ne frega se sei ricco, povero, biondo, con gli occhi chiari o scuri. Per il mare son tutti uguali e non gli interessa di nessuno..
C’era solo il mare e davanti a lui, un bambino.
Con una biglia in mano e un viso triste e corrucciato.
Che pensa e pensa, guadando il mare ed oltre, verso il suo forse immaginario, forse reale, compagno di solitudine.
Il bambino allora getta la biglia in acqua. Non perché è brutta e non gli piace più. No, lo fa proprio perché è la sua preferita.
Perché spera che arrivi a quel bambino che come lui guarda il mare.
La biglia finisce così tra le onde, le maree, la schiuma e il rumore sugli scogli.
E i delfini e i beluga, non dimentichiamoli.
Però la biglia non torna a riva. Va sempre più lontano fino a che scompare.
C’era solo il mare e davanti a lui, un bambino.
Che ora sorride pensando alla sua biglia in viaggio verso l’inizio del cielo o la fine del mondo. Verso qualcuno che la sta aspettando e l’accoglierà con lo stesso sorriso con cui lui l’ha salutata.
Perché il mare è vero, se ne frega.
Però non basta un oceano a dividere due amici.